Real estate regeneration: Sigest racconta Artscape di Tim Jones

Che cos’è la cultura? Esistono senz’altro delle risposte da manuale a questa domanda, a cui si accompagnano le idee che ognuno può avere in mente; si crede tuttavia che anche plasmando e riorganizzando le definizioni più esaustive, rimanga sempre una certezza imprescindibile e immutabile rispetto ai concetti di cultura e arte: hanno entrambe un'accezione intimamente e istintivamente positiva. Qualunque sia la definizione che si vuole dare a questi termini, insomma, è certo che si tratti di qualcosa di molto potente, e tale potenza può essere trasformata anche in carburante per la realizzazione di progetti di urbanistica.
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Che cos’è la cultura? Esistono senz’altro delle risposte da manuale a questa domanda, a cui si accompagnano le idee che ognuno può avere in mente; si crede tuttavia che anche plasmando e riorganizzando le definizioni più esaustive, rimanga sempre una certezza imprescindibile e immutabile rispetto ai concetti di cultura e arte: hanno entrambe un’accezione intimamente e istintivamente positiva. Qualunque sia la definizione che si vuole dare a questi termini, insomma, è certo che si tratti di qualcosa di molto potente, e tale potenza può essere trasformata anche in carburante per la realizzazione di progetti di urbanistica. Tim Jones ha deciso di vederla proprio così quando nel 1986 ha fondato Artscape, l’organizzazione no profit dedita allo sviluppo urbano attraverso la riqualificazione e il recupero di quartieri degradati e vecchi edifici dismessi, che vengono trasformati in punti di convergenza per artisti, i quali scelgono questi luoghi per le proprie dimore o come luoghi di lavoro.

Artscape è nata nel 1986 e conta oggi 2.300 artisti e professionisti che vivono e lavorano nei suoi spazi, mentre sono 250.000 le persone che, ogni anno, fruiscono dei suoi servizi, offerti a fronte della sottoscrizione di una membership. Vi lavorano 168 persone con un forte mix di abilità.

Con il progetto, si è guidata la creazione di 11 cultural facilities hub operative a Toronto (multispazi creativi, residenze per artisti e famiglie, condomini, studi, sale prove, ecc.), tuttora in gestione, sempre con la finalità di far crescere il valore degli immobili grazie al coinvolgimento economico e volontaristico di realtà culturali, organizzazioni no-profit e soggetti privati. In altre parole, si ripensa alle città attraverso l’arte (mostre, esposizioni, performance, manifestazioni, ecc.), perché la creazione di arte coincide per loro con la creazione di valore: la CSR (Corporate Social Responsability) si tramuta in CSV, dove la “v” sta per “value” (valore).

Il loro ruolo è quello di veicolare arte e cultura in un progetto reale e con risultati tangibili, e con questi stessi presupposti sono arrivati a quello che oggi viene definito un modello di innovazione immobiliare, ma che  continuano a chiamare semplicemente creative placemaking. Si tratta di far leva sul potere dell’arte, della cultura e della creatività per catalizzare cambiamenti e la trasformazione di un posto, e poi coltivarlo, mantenerlo e assicurarsi che cresca.

L’obiettivo dei loro progetti non è trasformare un quartiere degradato in un ghetto un po’ più bello o, all’opposto, in un ghetto per ricchi. Si impegnano a consentire lo sviluppo di aree difficili o degradate, muovendosi su quattro direttrici: sociale, economica, finanziaria e ambientale. Guai a cancellare il tessuto culturale del quartiere dove si va a intervenire! Ci deve essere un’attenta gestione dei rapporti, a cominciare da quelli con la popolazione residente che va coinvolta nelle scelte d’indirizzo dei progetti – il rischio altrimenti è quello di essere considerati come estranei calati dall’alto – con gli interlocutori politici, con gli stakeholders-finanziatori e con gli immobiliaristi, perché essa è il collante di tutta l’operazione.

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Quando Artscape è stata presentata alla platea di operatori del real estate italiano che abbiamo invitato nella nostra sede, si è potuto avere un raffronto con la realtà di questo paese, che, confrontato con il Canada dove  operano, mostra senza dubbio delle particolarità interessanti. Con la collaborazione di Meet the Media Guru, Sigest ha permesso questo incontro usando il format del think tank e Tim Jones ha avuto il piacere di presentare i loro modelli di rigenerazione urbana anche ad alcuni esponenti dell’amministrazione pubblica e a diversi soggetti culturali della città di Milano, arrivando a parlare anche delle possibili applicazioni di un modello Artscape anche sul territorio italiano.

Secondo la sua esperienza, indipendentemente dalla nazione in questione, il punto di partenza è la ricettività del contesto in cui il progetto va ad inserirsi. In Artscape ci si siede attorno a un tavolo con gli sviluppatori del settore immobiliare, con i soggetti pubblici, le comunità e gli artisti; lo si fa perché il primo, cruciale obiettivo è sempre quello di far percepire come il valore che si andrà a creare gioverà a tutti i soggetti coinvolti.

Fatta questa premessa, pertanto, traspare quanto la volontà del promotore dell’iniziativa possa tradursi in un progetto concreto solo se i suoi interlocutori sono interessati e lungimiranti. In secondo luogo, si deve chiaramente considerare lo specifico contesto urbano all’interno del quale un progetto come il loro andrebbe ad inserirsi: ogni città ha un substrato urbano e storico diverso, permeato da un tessuto sociale unico. Queste considerazioni portano ad una conclusione, ovvero che il loro modello, per quanto efficace nelle città canadesi, non è necessariamente l’unico, basti pensare alla Silicon Valley dove il fulcro non è l’arte bensì la diffusione tecnologica. Inoltre, in quel contesto non c’è stato un vero e proprio promotore del cambiamento urbano, si è anzi verificato un mutamento spontaneo. E proprio da qui Jones parte a ragionare sull’Italia che, proprio come gli Usa, ha visto uno sviluppo fisiologico del quartiere della moda, con la riqualificazione degli immobili industriali abbandonati che sembravano destinati al degrado e sono invece diventati protagonisti di una nuova realtà urbana assolutamente produttiva. In altre parole, anche in questo caso si è creato un valore, e non solo in termini economici ma anche sociali, con il miglioramento della qualità della vita e la creazione di veri e propri hub culturali. Gli operatori hanno comunque potuto riscontrare che esistono certe regole di base da rispettare per avviare un’attività di successo in questo ambito: in primo luogo non si costruisce per poi “prendere i soldi e scappare”. Il nuovo tessuto urbano, e quindi anche quello sociale, va costruito o indirizzato attraverso lo sviluppo abitativo, ma poi mantenuto nel tempo. Non a caso il 3,5% delle loro fonti arriva dalla gestione dei nuovi quartieri.

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Questa è peraltro una necessità che va al di là dei singoli sviluppi, ma che si accompagna con l’evoluzione tecnologica inserita nel costruire, nell’abitare e nel vivere gli immobili, per cui le case o gli uffici andranno accompagnati sempre più da una manutenzione attenta e programmata, a scopo di risparmio energetico e ambientale in primo luogo. Tutte cose per cui un operatore-promotore è estremamente necessario, sia esso Artscape o un soggetto di natura diversa: bisogna tirare le fila e mettere in ordine le cose anche dopo che l’ultima mano d’intonaco si è asciugata.

L’esempio di Artscape è perfetto e infallibile? Ovviamente no: il fondatore stesso ammettere che di errori ne sono stati commessi, anche di importanti, ma il processo di sviluppo e apprendimento consente di correggerli in base alla realtà e alle esigenze che emergono solo con il lavoro sul campo; occorre quindi adattarsi a realtà non sovrapponibili rispetto alla loro esperienza Canada, come può essere l’Italia.

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