La riconversione delle carceri italiane

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A che punto è il recupero di queste aree? Come può aiutare l’intervento privato?

Il Progetto Valore Paese – Dimore, promosso dal Ministero della Cultura, Arte e Turismo, dal Ministero per lo Sviluppo Economico, dall’ANCI e da Invitalia, si è prefissato lo scopo del recupero delle proprietà immobiliari in Italia con valore storico, artistico o paesaggistico, come fortezze, castelli, palazzi, ville, fari, conventi e prigioni. La principale destinazione pensata è la riconversione in strutture per la salvaguardia culturale e lo sviluppo. Le 200 proprietà incluse nel rapporto del Progetto però, hanno finito per trascurare quasi in toto le strutture carcerarie in disuso, alcune delle quali si trovano in posizione centralissima all’interno di un ecosistema urbano, o titolari di un incalcolabile valore storico.
Qual è il valore di tutte queste strutture? Il Governo Italiano sembra non essere in grado di fornire una risposta alla questione, a causa anche della mancanza di fondi.
L’unica soluzione sembra infatti essere il coinvolgimento dell’impresa privata, alla quale però lo Stato deve essere in grado di fornire un piano strategico per lo sviluppo del territorio e dei servizi.
Alcuni casi noti di gestione della stessa problematica possono far luce sulle strade percorribili a breve termine. In Gran Bretagna, ad esempio, i pochi fondi sono stati concentrati nella costruzione di nuove prigioni di livello eccellente per liberare le vecchie strutture da problematiche di degrado che da strutturale si trasformava in etico-sociale. Nel 2013 invece, a Bolzano, la vecchia prigione è stata acquisita dalla Provincia Autonoma, che ha agito come un investitore privato, assumendosi anche l’onere della costruzione del nuovo penitenziario con un piano finanziario al quale hanno partecipato anche compagnie private. Questo ha portato alla realizzazione della struttura in soli 3 anni.
La vendita della struttura ai privati spesso viene demonizzata a priori dall’opinione pubblica, ma non significa che sia l’extrema ratio per uno Stato incapace di dirigere la riconversione. Al contrario, di fatto permette di ottenere le liquidità necessarie per realizzare strutture nuove, più adatte alla destinazione carceraria, recuperando contemporaneamente la struttura malsana con una nuova destinazione meno onerosa e totalmente a carico del privato.
In secondo luogo, imporre limiti alla trasformazione dell’edificio può scoraggiare l’acquisizione da parte dei privati, che potrebbero trovarsi impossibilitati a realizzare la destinazione immaginata per barriere strutturali.
La vendita di tali immobili ai privati rappresenta per lo stato l’unica strada percorribile per adeguare ai nuovi standard le strutture carcerarie che in Italia versano in condizioni di degrado. È un modello che presenta vantaggi per la sfera Pubblica, con la riqualificazione della zona e il risparmio nei costi di management, e per il Privato che può dare visibilità alle sue compagnie.
L’eccessiva stratificazione burocratica tuttavia rende il timing di queste iniziative incerto, cosa che rischia alla lunga di paralizzare tutti i progetti.
Per sbloccare questa impasse pare opportuno conferire maggiori poteri di pianificazione urbana ed esproprio alle entità locali, trasferendo i poteri dal Ministero delle Infrastrutture alle Regioni e Province, le uniche a conoscere il vero uso e impatto delle carceri, oltre a non trascurare mai il coinvolgimento delle associazioni nonprofit nel progetto.
Per approfondire l’argomento rimandiamo al libro della professoressa Marzia Morena, dalla quale è tratto questo articolo.

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